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Il valore aggiunto delle pubbliche amministrazioni

Oliverio (Fp Cgil): le lavoratrici e i lavoratori delle Pa sono per noi la scommessa. E ancora: “A prescindere dallo spoil system abbiamo una dirigenza impedita ad assolvere la qualità di datore lavoro”
5 giu. – Il primo a dirlo è stato Walter Bergamaschi, direttore generale dell’Università degli Studi di Milano. “Il lavoro pubblico è ancora percepito per lo più come elemento di spesa pubblica”. E quindi come primo fattore su cui intervenire quando c’è da tagliare. Ma che cosa cambia nelle pubbliche amministrazioni ora che sono stati rinnovati i contratti? Se ne è discusso ieri a Scienze Politiche a Milano, a un convegno organizzato dall’Università degli Studi e partecipato, tra gli altri, insieme a diversi accademici, anche da Pierluigi Mastrogiuseppe dell’Aran. “I rinnovi hanno avuto il merito di aver riavviato una macchina che per molti anni era stata fermata, di riportare a condizioni di normalità le relazioni sindacali” ha detto il dirigente generale dell’agenzia negoziale governativa, ripercorrendo le tappe che hanno portato allo sblocco della contrattazione al palo dal 2010 e a farlo con i nuovi 4 comparti pubblici (dagli 11 che erano): funzioni centrali, funzioni locali, sanità, istruzione e ricerca. “Il blocco contrattuale del pubblico impiego ha implicato anche il blocco della formazione o della mobilità interna”, ricorda, citando alcuni esempi, Renato Ruffini, Unimi, mettendo il dito su una piaga vera: “lo sperpero delle competenze interne al sistema; un costo pesantissimo, che ci metteremo anni a recuperare”. Un costo che va ad aggiungersi alle ricadute psicologiche sulle lavoratrici e i lavoratori, torchiati da Brunetta, senza turnover e senza riconoscimenti ma con più carichi e rughe. Eppure non c’è stata riduzione dei costi. “La riforma Brunetta non ha prodotto i risultati sperati, ha soltanto ridotto il numero dei dipendenti pubblici e i servizi sono peggiorati” ha affermato Florindo Oliverio, capo area funzioni centrali della Fp Cgil nazionale. L’obiettivo del suo sindacato è da sempre un altro: “scommettere sul valore aggiunto delle persone che lavorano nelle amministrazioni. Per questo noi puntiamo molto sugli strumenti di partecipazione, come l’organismo paritetico per l’innovazione, ritenendo che bisogna completare il percorso dei rinnovi contrattuali compresi quelli della dirigenza”. E qui sta un altro tema cruciale, quello della responsabilità e dell’autonomia dei dirigenti, che per essere “degni di questo nome” non dovrebbero essere tenuti al guinzaglio o piegati alla volontà della politica ma dovrebbero vedersi riconosciuta la responsabilità di datore di lavoro. “L’ultimo tentativo, fatto con il governo Prodi attraverso il Memorandum, è finito lettera morta” rammenta Oliverio. Senza perdersi d’animo. La lotta sindacale per migliorare le Pa continua. A monte c’è l’accordo del 30 novembre 2016, in mezzo i nuovi contratti, davanti il nuovo Parlamento e tutta una coerenza di percorso da misurare mentre si elaborano le prossime piattaforme. Intanto oggi si va al tavolo delle funzioni centrali “per ridefinire il nuovo ordinamento professionale che valorizzi il lavoro di tutti”.
tiziana.altea | 05 giugno 2018, 09:38
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