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Lotto marzo di Donatella Izzo, una lavoratrice polpen

"A mio figlio insegno a rispettare tutti, perché siamo tutti esseri umani"
7 mar. – Donatella Izzo lavora al carcere Verziano di Brescia da quasi 20 anni. “Quando sono arrivata – racconta la poliziotta – insieme ad altre 7 colleghe, l’attività d’ufficio era per noi donne inaccessibile. In nessun regolamento era specificato che anche le donne potevano accedervi. Solo da qualche anno sono state stabilite regole fisse sui criteri di trasferimento all’attività amministrativa. Era ora, perché le donne, specie quando diventano mamme, hanno bisogno di organizzarsi e l’attività d’ufficio, con turni fissi, viene incontro alle esigenze personali. Lavorare su turni con una famiglia a casa da seguire è molto più complicato, specie in questi tempi di carenza di personale”. Non è l’unica discriminante che Izzo ha vissuto nel carcere. Le è capitato anche dopo le sue 3 gravidanze. Appena rientrata al lavoro ha subito le battute dei colleghi. “Ti piace fare figli per non lavorare”, le dicevano. “Come se fosse un problema loro e come se stare a casa ad accudire i figli sia un sovrappiù e non una necessità”. Ma non finisce qui, la poliziotta ha altro da raccontare. “Quando ero vicecoordinatrice ho assunto per un po’ di tempo la carica di coordinatrice, in sostituzione di un collega in malattia. Gli uomini non volevano prendere ordini da me, lo dicevano apertamente davanti a colleghi e detenuti. Per un po’ ho pensato di lasciare l’incarico, ma perché dargliela vinta? Noi donne abbiamo fatto tanto per avere rispetto. Quindi ho deciso di rimanere al mio posto”. Un messaggio per l’8 marzo? Izzo chiede più rispetto. “Ma deve partire in casa. Al mio terzo figlio, un maschio, insegno ad avere rispetto di tutti, a non disprezzare nessuno, perché siamo tutti esseri umani”. E poi un messaggio alle istituzioni: favorire la conciliazione vita-lavoro. Lo ha detto anche Calogero Lo Presti, coordinatore Fp Cgil Lombardia, nei suoi auguri per l’8 marzo: “Un lavoro del genere, in una organizzazione complessa e gerarchizzata, con turni stressanti h24, non fa altro che logorare le agenti, spesso “obbligate” a fare questo tipo di attività. Senza dimenticare che anche loro sono mogli, madri, figlie, con tutto il lavoro di cura che loro affibbia la nostra società, poco vicina alle donne.  L’Amministrazione Penitenziaria, ed in generale lo Stato, dovrebbero farsi carico delle esigenze e istanze di tutte le donne lavoratrici che si trovano in queste condizioni e averne maggiore considerazione”. (aa)
angela.amarante | 07 marzo 2018, 08:02
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